Io: ma secondo te perche’ tutti ci guardano strani?
Lui: mah..
Io: forse perche’ siamo gli unici due a non avere i dread?
Lui: mmhmmm, forse perche’ siamo gli unici due bianchi...
Luogo: sunsplash reggae festival, monwabisi park, cape town
Data: venerdi’ e sabato scorsi
Situazione: raduno di rastafariani, neri e tutti con i dread (e qualcuno aveva anche i dread sulla barba).
Controsituazione: pochi, pochissimi, praticamente nulli, bianchi (noi due per la maggior parte del tempo, poi accompagnati da altri visi pallidi in seguito).
Eppure e’ stato bellissimo. Grazie reggae!
martedì 1 dicembre 2009
giovedì 19 novembre 2009
It comes out that…
questo 19 novembre e’ decisamente un giorno speciale.
BUON COMPLEANNO PAPA’!
In attesa di rivederci (presto), te la ricordi questa foto, in quel ristorantino in costiera?
Tanti auguri!!

E non e’ tutto.
E’ glorioso anche per un altro motivo.
All’alba dello stesso giorno di un anno fa, atterrammo.
Insieme alle nostre valigie contenenti tanti piccoli pezzi di italia, qualche immancabile leccornia per la sopravvivenza dei primi giorni, tanta euforia (e tanto sonno) e tanti progetti e dubbi, mettemmo piede in territorio africano.
L’impatto fu assurdo e difficilmente lo dimenticheremo, cosi’ come e’ difficilmente descrivibile a parole: traffico indiavolato alle 6 del mattino, gente che sbuca da ogni dove, sole caldo, troppo caldo per i nostri vestiti ancora invernali e cielo incredibilmente azzurro. La prima visione delle famose township, viste solo nei documentari e pullmini strombazzanti stracarichi di gente che corrono all’impazzata.
Tutti gia’ attivi alle 6 del mattino! Incredibile per i nostri orari europei (e continua a parerci incredibile!!).
E poi, quel sole impetuoso a illuminare una poverta’ infinita: un impatto troppo ricco di contraddizioni da poterlo cogliere tutto e subito.
Ed ora eccoci qua, a tirare le somme, in uno strano...capodanno un po’ fuori stagione (in tutti i sensi).
Siamo contenti, entusiasti.
Ci sentiamo arricchiti di tutto: di inglese, di afrikaans, di persone, di diversita’, di natura, di paesaggi, di spezie, di malinconie, di rand, di amicizie, di foto, di film, di muizenberg, di djembe, di cactus, di baobab e di acacie, di babbuini che rubano mele, di tristezze, di deserti e di oceani, di viaggi e di riposo, di jazz, di passeggiate in riva al mare, di birrette ammirando i voli dei gabbiani, di pap, di vento micidiale, di voglia di parlare italiano, di manghi freschi, di vini iperalcolici, di telefonate intercontinentali, del traffico alle 6 del mattino, di sole, di bobotie, di indigestioni, di felicita’ immense, di samoosas, di amigdale e rocce rubate, di successi lavorativi, di zuma e le sue mogli, di poverta’, di township, di surf, di quelli che sbagliano numero, di antilopi e leoni, di contraddizioni, di giraffe, di elefanti, di corse sulla spiaggia, di mail and guardian, di italiani all’estero, di storie e di storia, di protea, di incazzature e maledizioni, di progetti per il futuro, di ville sfavillanti, di operai inoperosi, di burocrazia, di kruger, di karoo, di namibia, di acque minerali, di cannella, di voglia di continuare a viaggiare, di famiglia lontana...
Tutto e’ rientrato piano nella norma, in quella routine propria di qualsiasi vita normale vissuta in qualsiasi parte piu’ o meno normale del mondo, ma con una consapevolezza di fondo che stiamo vivendo qualcosa di unico.
BUON COMPLEANNO PAPA’!
In attesa di rivederci (presto), te la ricordi questa foto, in quel ristorantino in costiera?
Tanti auguri!!
E non e’ tutto.
E’ glorioso anche per un altro motivo.
All’alba dello stesso giorno di un anno fa, atterrammo.
Insieme alle nostre valigie contenenti tanti piccoli pezzi di italia, qualche immancabile leccornia per la sopravvivenza dei primi giorni, tanta euforia (e tanto sonno) e tanti progetti e dubbi, mettemmo piede in territorio africano.
L’impatto fu assurdo e difficilmente lo dimenticheremo, cosi’ come e’ difficilmente descrivibile a parole: traffico indiavolato alle 6 del mattino, gente che sbuca da ogni dove, sole caldo, troppo caldo per i nostri vestiti ancora invernali e cielo incredibilmente azzurro. La prima visione delle famose township, viste solo nei documentari e pullmini strombazzanti stracarichi di gente che corrono all’impazzata.
Tutti gia’ attivi alle 6 del mattino! Incredibile per i nostri orari europei (e continua a parerci incredibile!!).
E poi, quel sole impetuoso a illuminare una poverta’ infinita: un impatto troppo ricco di contraddizioni da poterlo cogliere tutto e subito.
Ed ora eccoci qua, a tirare le somme, in uno strano...capodanno un po’ fuori stagione (in tutti i sensi).
Siamo contenti, entusiasti.
Ci sentiamo arricchiti di tutto: di inglese, di afrikaans, di persone, di diversita’, di natura, di paesaggi, di spezie, di malinconie, di rand, di amicizie, di foto, di film, di muizenberg, di djembe, di cactus, di baobab e di acacie, di babbuini che rubano mele, di tristezze, di deserti e di oceani, di viaggi e di riposo, di jazz, di passeggiate in riva al mare, di birrette ammirando i voli dei gabbiani, di pap, di vento micidiale, di voglia di parlare italiano, di manghi freschi, di vini iperalcolici, di telefonate intercontinentali, del traffico alle 6 del mattino, di sole, di bobotie, di indigestioni, di felicita’ immense, di samoosas, di amigdale e rocce rubate, di successi lavorativi, di zuma e le sue mogli, di poverta’, di township, di surf, di quelli che sbagliano numero, di antilopi e leoni, di contraddizioni, di giraffe, di elefanti, di corse sulla spiaggia, di mail and guardian, di italiani all’estero, di storie e di storia, di protea, di incazzature e maledizioni, di progetti per il futuro, di ville sfavillanti, di operai inoperosi, di burocrazia, di kruger, di karoo, di namibia, di acque minerali, di cannella, di voglia di continuare a viaggiare, di famiglia lontana...
Tutto e’ rientrato piano nella norma, in quella routine propria di qualsiasi vita normale vissuta in qualsiasi parte piu’ o meno normale del mondo, ma con una consapevolezza di fondo che stiamo vivendo qualcosa di unico.
martedì 3 novembre 2009
proust aveva ragione
quelle luci, quell’atmosfera, l’agitazione, l’emozione…
stare in coda ad aspettare che aprano le porte
e poi entri e senti i primi accordi per provare l’audio
la gente inizia lenta ad affollare lo spazio davanti al palco, chi ride, chi chiacchiera, chi si scambia emozioni
si parla della canzone preferita, della versione piu’ bella...
l’immancabile fila per una birra e l’immancabile fila nei bagni
e poi si spengono le luci, si illumina il palco e finalmente le prime note.
E una valanga di ricordi mi assale, eppure diamine e’ solo un concerto.
ma no, non credo che sia per il concerto...
e’ come il sapore del tuo dolce preferito, quello che non mangi da millenni e poi lo assaggi e ti catapulta a quando eri bambina, e’ come una madeleine di proust
mi vengono in mente tutti i concerti che ho visto, con .. la “mia gente”
quei pomeriggi trascorsi insieme a fare niente nell’attesa della serata, nell’attesa di andare li e conoscere altra gente o ritrovare amici: anche tu qui, bello eh?
concerti estivi di una napoli lontana, all’aperto in qualche area “rivalutata”...
concerti invernali, al chiuso di qualche palazzetto sportivo
concerti settembrini a morire dal caldo sotto il sole, in un grande prato tra centinaia di migliaia di persone
o il concerto del primo maggio, in quella piazza li.
non ho ritrovato qui, ieri, tante cose (...persone...) che mi sarebbe piaciuto rivedere ed emozioni che avrei voluto rivivere, ma l’atmosfera non e’ poi tanto diversa...
bello sapere almeno questo, avere la certezza che ancora una volta tutto il mondo e’ paese.
stare in coda ad aspettare che aprano le porte
e poi entri e senti i primi accordi per provare l’audio
la gente inizia lenta ad affollare lo spazio davanti al palco, chi ride, chi chiacchiera, chi si scambia emozioni
si parla della canzone preferita, della versione piu’ bella...
l’immancabile fila per una birra e l’immancabile fila nei bagni
e poi si spengono le luci, si illumina il palco e finalmente le prime note.
E una valanga di ricordi mi assale, eppure diamine e’ solo un concerto.
ma no, non credo che sia per il concerto...
e’ come il sapore del tuo dolce preferito, quello che non mangi da millenni e poi lo assaggi e ti catapulta a quando eri bambina, e’ come una madeleine di proust
mi vengono in mente tutti i concerti che ho visto, con .. la “mia gente”
quei pomeriggi trascorsi insieme a fare niente nell’attesa della serata, nell’attesa di andare li e conoscere altra gente o ritrovare amici: anche tu qui, bello eh?
concerti estivi di una napoli lontana, all’aperto in qualche area “rivalutata”...
concerti invernali, al chiuso di qualche palazzetto sportivo
concerti settembrini a morire dal caldo sotto il sole, in un grande prato tra centinaia di migliaia di persone
o il concerto del primo maggio, in quella piazza li.
non ho ritrovato qui, ieri, tante cose (...persone...) che mi sarebbe piaciuto rivedere ed emozioni che avrei voluto rivivere, ma l’atmosfera non e’ poi tanto diversa...
bello sapere almeno questo, avere la certezza che ancora una volta tutto il mondo e’ paese.
mercoledì 14 ottobre 2009
Integrazione Culinaria
C'e' qualcosa che accomuna autoctoni ed immigrati.
Una cosa che e' indipendente dal colore della pelle, dal tropico che ti fa da riferimento, dal nome del mare che hai di fronte, dalla lingua che parli o dalla religione che professi: il cibo.
Abbiamo appurato che quando si parla di cibo cadono tutte le barriere culturali, con una forchetta in una mano e un tovagliolone al collo siamo tutti una faccia una razza, anche in Sudafrica..
Il peggio che puo' accaderti e' dar vita ad accese discussioni sul grado di cottura di una bella bistecca di antilope (o di maiale...dipende dalla latitudine), c'e' chi la preferisce al sangue chi stracotta, ma piu' di quello non si rischiano discriminazioni (e comunque, detto tra noi, l’antilope va mangiata al sangue...).
E devo dire che noi italiani siamo molto avvantaggiati, avendo a tal riguardo un certo significante bagaglio culturale e pare essere comunemente accettata la superiorita' della nostra cucina: quando un italiano parla di cibo il resto dei commensali ascolta (e impara!).
Dopo i primi duri tempi qui in cui rimpiangevamo le osmizzate con formaggi e prosciutti di ogni tipo, sognavamo la mozzarella di bufala del fattore campano, i cannelloni di mamma, la bagnacauda piemontese, la torta novecento e la pizza da michele a napoli, ci siamo fatti coraggio, abbandonato i nostri campanilistici pregiudizi e cercato la nostra integrazione culinaria.
E siamo rimasti positivamente sorpresi dalla varieta' e originalita’ di cibi che e' possibile gustare in questo Paese.
Il Sudafrica ha infatti una storia travagliata, politicamente, culturalmente e anche dietro i fornelli.
Chiunque sia arrivato fin qui, non stiamo a parlare ora ne’ del come ne’ del perche’, ha trasmesso la propria cultura mangereccia e arricchito la cucina locale. Il risultato e’ che si possono mangiare – piu’ che in altre cosmopolite citta’ europee – varieta’ infinite di piatti africani, indiani, malesiani, cinesi, varianti italiane, spagnole, portoghesi, olandesi, inglesi e via dicendo ma soprattutto originali mix di questi messi insieme..
A cio’ bisogna aggiungere che ora va tanto di moda (anche qui) lo slow food, con tutte le centinaia di mercatini biologici ed environmental friendly annessi che spuntano fuori come funghi in ogni angolo.
E a ragione, visto che appena usciti di un po’ di chilometri dalle citta’, si trova un cospicuo numero di farms, immerse in distese verdeggianti e infinite, eredita’ di olandesi e francesi e inglesi, approdati in questa terra un paio di secoli fa, che producono cose ... bbbuone e genuine.
Giusto per renderci un po’ di giustizia, dobbiamo dire che, cercando cercando, abbiamo trovato una farm che produce mozzarella di bufala (e le bufale indovinate questo gentile cowboy da dove le ha trasportate, in nave, alla stregua di Annibale con gli elefanti?).
O chi ha introdotto la mitica oliva italiana per ottenere olio di alta qualita’...o chi ha imparato a fare il pane, stufo dell’anglosassone pane in cassetta, o chi alleva struzzi, chi produce dell’ottimo vino, chi alleva la rara pecora nera e chi cura distese di rooibos (giusto per fare qualche esempio).
Ma lasciando perdere per ora il lato forse piu’ social-economico della cosa (si, mangiare sano, raro e bello costa anche qui) e tornando a quello decisamente piu’ sensoriale...
Vogliamo proporvi una ricetta che da ste parti spopola, si mangia ovunque, anche alla mensa dell’universita’. Per carita’, nulla a che vedere con i grandi chef di casa, ma e’ un concentrato di culture, addirittura eletto piatto nazionale del Sudafrica dall’Organizzazione Femminile delle Nazioni Unite: il bobotie (si pronuncia buoobuootiiiiiiii...come se lo stessi gia’ masticando).
E’ un riassunto culturale: gli olandesi hanno importato la carne macinata, le spezie sono state introdotte dagli schiavi portati qui dall’Indonesia e il modo di presentarlo ricorda il pie inglese. Senza contare, che questo piatto e’ un po’ l’analogo della torta salata all’italiana, ovvero si cucina con i resti che si trovano in frigo (soprattutto se il giorno prima si e’ cucinato un bell’arrosto..speziato!).
Allora...
25g di burro
1 cipolla, tagliata alla julienne
500g di carne macinata (a scelta, qui e’ comune usare l’agnello ma il manzo, ad esempio, va benissimo)
2 spicchi d’aglio, schiacciato
2 cm di radice di zenzero fresca, pelata e grattuggiata
2 cucchiai da tavola di mix di spezie aromatiche (da compare tipo al negozio indiano sotto casa...)
½ cucchiaio di curcuma,1 cucchiaio di cumino e 1 cucchiaio di coriandolo, macinati
chiodi di garofano (pochi, tipo 2), pepe
1 cucchiaio di erbe aromatiche seccate varie, a scelta
50g di albicocche secche, tagliate a piccoli pezzi
25g di mandorle
4 cucchiai di prezzemolo tagliato fine
4 foglie di alloro, piu’ qualcuna extra per guarnire
250ml di latte fresco intero
3 uova grandi
(qualcuno ci mette anche l’uvetta passa...)
Riscaldate il forno a 180 gradi. Nel frattempo, in una padella fate dorare le cipolle con il burro (o l’olio) e poi mettetele da parte.
Fate cuocere la carne macinata in una padella antiaderente o in una pentola che non attacca, senza olio, finche’ la carne non diventa di colore dorato-scuro. Rimuovete la carne dal fornello e fatela raffreddare.
Intanto, aggiungete alle cipolle tutti i rimanenti ingredienti, eccetto il latte e le uova. Mescolate bene e poi unite questo mix alla carne.
Versate poi il tutto, ben amalgamato, in una pirofila da forno e pressate con le mani o con il dorso di un cucchiaio, in modo che risulti ben compatto.
Sbattete le uova insieme con il latte e versatele sulla carne.
Cuocete in forno per 20-25 minuti per bobotie di piccole dimensioni (e 30-40 per grandi bobotie) o comunque fin quando non vedrete l’uovo ben cotto e la carne di un colore dorato-marrone.
E poi ovviamente tanto buon vino rosso e ... un pensiero a noi emigranti!
Una cosa che e' indipendente dal colore della pelle, dal tropico che ti fa da riferimento, dal nome del mare che hai di fronte, dalla lingua che parli o dalla religione che professi: il cibo.
Abbiamo appurato che quando si parla di cibo cadono tutte le barriere culturali, con una forchetta in una mano e un tovagliolone al collo siamo tutti una faccia una razza, anche in Sudafrica..
Il peggio che puo' accaderti e' dar vita ad accese discussioni sul grado di cottura di una bella bistecca di antilope (o di maiale...dipende dalla latitudine), c'e' chi la preferisce al sangue chi stracotta, ma piu' di quello non si rischiano discriminazioni (e comunque, detto tra noi, l’antilope va mangiata al sangue...).
E devo dire che noi italiani siamo molto avvantaggiati, avendo a tal riguardo un certo significante bagaglio culturale e pare essere comunemente accettata la superiorita' della nostra cucina: quando un italiano parla di cibo il resto dei commensali ascolta (e impara!).
Dopo i primi duri tempi qui in cui rimpiangevamo le osmizzate con formaggi e prosciutti di ogni tipo, sognavamo la mozzarella di bufala del fattore campano, i cannelloni di mamma, la bagnacauda piemontese, la torta novecento e la pizza da michele a napoli, ci siamo fatti coraggio, abbandonato i nostri campanilistici pregiudizi e cercato la nostra integrazione culinaria.
E siamo rimasti positivamente sorpresi dalla varieta' e originalita’ di cibi che e' possibile gustare in questo Paese.
Il Sudafrica ha infatti una storia travagliata, politicamente, culturalmente e anche dietro i fornelli.
Chiunque sia arrivato fin qui, non stiamo a parlare ora ne’ del come ne’ del perche’, ha trasmesso la propria cultura mangereccia e arricchito la cucina locale. Il risultato e’ che si possono mangiare – piu’ che in altre cosmopolite citta’ europee – varieta’ infinite di piatti africani, indiani, malesiani, cinesi, varianti italiane, spagnole, portoghesi, olandesi, inglesi e via dicendo ma soprattutto originali mix di questi messi insieme..
A cio’ bisogna aggiungere che ora va tanto di moda (anche qui) lo slow food, con tutte le centinaia di mercatini biologici ed environmental friendly annessi che spuntano fuori come funghi in ogni angolo.
E a ragione, visto che appena usciti di un po’ di chilometri dalle citta’, si trova un cospicuo numero di farms, immerse in distese verdeggianti e infinite, eredita’ di olandesi e francesi e inglesi, approdati in questa terra un paio di secoli fa, che producono cose ... bbbuone e genuine.
Giusto per renderci un po’ di giustizia, dobbiamo dire che, cercando cercando, abbiamo trovato una farm che produce mozzarella di bufala (e le bufale indovinate questo gentile cowboy da dove le ha trasportate, in nave, alla stregua di Annibale con gli elefanti?).
O chi ha introdotto la mitica oliva italiana per ottenere olio di alta qualita’...o chi ha imparato a fare il pane, stufo dell’anglosassone pane in cassetta, o chi alleva struzzi, chi produce dell’ottimo vino, chi alleva la rara pecora nera e chi cura distese di rooibos (giusto per fare qualche esempio).
Ma lasciando perdere per ora il lato forse piu’ social-economico della cosa (si, mangiare sano, raro e bello costa anche qui) e tornando a quello decisamente piu’ sensoriale...
Vogliamo proporvi una ricetta che da ste parti spopola, si mangia ovunque, anche alla mensa dell’universita’. Per carita’, nulla a che vedere con i grandi chef di casa, ma e’ un concentrato di culture, addirittura eletto piatto nazionale del Sudafrica dall’Organizzazione Femminile delle Nazioni Unite: il bobotie (si pronuncia buoobuootiiiiiiii...come se lo stessi gia’ masticando).
E’ un riassunto culturale: gli olandesi hanno importato la carne macinata, le spezie sono state introdotte dagli schiavi portati qui dall’Indonesia e il modo di presentarlo ricorda il pie inglese. Senza contare, che questo piatto e’ un po’ l’analogo della torta salata all’italiana, ovvero si cucina con i resti che si trovano in frigo (soprattutto se il giorno prima si e’ cucinato un bell’arrosto..speziato!).
Allora...
25g di burro
1 cipolla, tagliata alla julienne
500g di carne macinata (a scelta, qui e’ comune usare l’agnello ma il manzo, ad esempio, va benissimo)
2 spicchi d’aglio, schiacciato
2 cm di radice di zenzero fresca, pelata e grattuggiata
2 cucchiai da tavola di mix di spezie aromatiche (da compare tipo al negozio indiano sotto casa...)
½ cucchiaio di curcuma,1 cucchiaio di cumino e 1 cucchiaio di coriandolo, macinati
chiodi di garofano (pochi, tipo 2), pepe
1 cucchiaio di erbe aromatiche seccate varie, a scelta
50g di albicocche secche, tagliate a piccoli pezzi
25g di mandorle
4 cucchiai di prezzemolo tagliato fine
4 foglie di alloro, piu’ qualcuna extra per guarnire
250ml di latte fresco intero
3 uova grandi
(qualcuno ci mette anche l’uvetta passa...)
Riscaldate il forno a 180 gradi. Nel frattempo, in una padella fate dorare le cipolle con il burro (o l’olio) e poi mettetele da parte.
Fate cuocere la carne macinata in una padella antiaderente o in una pentola che non attacca, senza olio, finche’ la carne non diventa di colore dorato-scuro. Rimuovete la carne dal fornello e fatela raffreddare.
Intanto, aggiungete alle cipolle tutti i rimanenti ingredienti, eccetto il latte e le uova. Mescolate bene e poi unite questo mix alla carne.
Versate poi il tutto, ben amalgamato, in una pirofila da forno e pressate con le mani o con il dorso di un cucchiaio, in modo che risulti ben compatto.
Sbattete le uova insieme con il latte e versatele sulla carne.
Cuocete in forno per 20-25 minuti per bobotie di piccole dimensioni (e 30-40 per grandi bobotie) o comunque fin quando non vedrete l’uovo ben cotto e la carne di un colore dorato-marrone.
E poi ovviamente tanto buon vino rosso e ... un pensiero a noi emigranti!
mercoledì 7 ottobre 2009
Non so se e' vero...ma ci credo
"[...]La forza dell'Europa e della sua cultura, al contrario di molte altre culture, risiede soprattutto nella sua capacita' critica e soprattutto autocritica, nella sua arte di indagare e di analizzare, nelle sue continue ricerche, nella sua inquietudine.
La mentalita' europea riconosce di avere dei limiti, accetta la sua imperfezione, e' scettica, dubbiosa, si pone interrogativi. Le altre culture sono prive di questo spirito critico. Anzi loro tendono alla boria, a considerare perfetto tutto cio' che e' loro, sono acritiche nei propri confronti. Attribuiscono la colpa di tutto esclusivamente agli altri, a forze estranee (congiure, agenti, dominazioni straniere sotto varie forme).
Interpretano ogni critica come un attacco malevolo, come un segno di discriminazione, di razzismo. I rappresentanti di queste culture considerano la critica come un'offesa personale, come un tentativo deliberato di umiliarli, perfino come un modo di infierire.
A dir loro che la citta' e' sporca, reagiscono neanche avessimo detto che sono sporchi loro stessi, che hanno le orecchie, il collo e le unghie nere. Invece di sviluppare il senso critico, sono impastati di rancori, di complessi, di invidie, di insofferenze, di permalosita', di manie. Cio' li rende culturalmente, strutturalmente incapaci di progredire, di creare in se' una volonta' di trasformazione e sviluppo.
Le culture africane (perche' sono molte, cosi' come sono molte le religioni) appartengono per caso a questi acritici intoccabili? Certi africani come Sagid Rasheed hanno cominciato a chiederselo, cercando di scoprire come mai, nella gara dei continenti, l'Africa arrivi sempre ultima."
...leggendo Ebano, di Ryszard Kapuscinski.
La mentalita' europea riconosce di avere dei limiti, accetta la sua imperfezione, e' scettica, dubbiosa, si pone interrogativi. Le altre culture sono prive di questo spirito critico. Anzi loro tendono alla boria, a considerare perfetto tutto cio' che e' loro, sono acritiche nei propri confronti. Attribuiscono la colpa di tutto esclusivamente agli altri, a forze estranee (congiure, agenti, dominazioni straniere sotto varie forme).
Interpretano ogni critica come un attacco malevolo, come un segno di discriminazione, di razzismo. I rappresentanti di queste culture considerano la critica come un'offesa personale, come un tentativo deliberato di umiliarli, perfino come un modo di infierire.
A dir loro che la citta' e' sporca, reagiscono neanche avessimo detto che sono sporchi loro stessi, che hanno le orecchie, il collo e le unghie nere. Invece di sviluppare il senso critico, sono impastati di rancori, di complessi, di invidie, di insofferenze, di permalosita', di manie. Cio' li rende culturalmente, strutturalmente incapaci di progredire, di creare in se' una volonta' di trasformazione e sviluppo.
Le culture africane (perche' sono molte, cosi' come sono molte le religioni) appartengono per caso a questi acritici intoccabili? Certi africani come Sagid Rasheed hanno cominciato a chiederselo, cercando di scoprire come mai, nella gara dei continenti, l'Africa arrivi sempre ultima."
...leggendo Ebano, di Ryszard Kapuscinski.
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