Una cosa che non porto mai dietro e che sarebbe invece indispensabile in un viaggio e’ un quadernetto per gli appunti e una penna.
Guardando i colori del cielo di un tramonto africano, ti cominciano a frullare nella testa talmente tanti pensieri che sarebbe interessante annotarli e poi rileggerli.
Quando poi ritorni a casa infatti, molte di quelle sensazioni si perdono o si affievoliscono e devi concentrarti per ritrovare proprio quella frase, proprio quel pensiero che ti sembrava cosi’ ovvio e prepotente solo pochi istanti prima.
In questo ultimo viaggio, di pensieri ne ho avuto tanti! Le montagne incontaminate, le passeggiate nell’erba alta, il caldo afoso e poi il freddo gelido dei 3000 metri, la gente basotho che ti guarda con quegli occhi neri neri, l’accoglienza della gente, il mare...tutto mi ha fatto pensare.
Questa volta siamo andati nel Kwazulu-Natal, regione orientale del Sudafrica, bagnata dall’Oceano Indiano.
Atterrati a Durban, dopo un giro per la citta’, abbiamo guidato fino alle pendici dei monti del Drakensberg, cime maestose e rigogliose che fanno da corona allo stato del Lesotho.
Il primo impatto con la citta’ non e’ stato dei migliori: il centro si presenta piuttosto sporco e sara’ che era un giorno di vacanza e sara’ che era mattino presto, ci ha dato anche un’impressione di pericolo.
Ma poi piano piano ti rendi conto che ‘sto pericolo in fondo non c’e’, quindi cominci a mollare la presa della macchina fotografica e a goderti un centro storico-bazar particolarissimo, con mille attivita’ che spuntano fuori all’improvviso o girando un angolo o entrando in una stradina, dove tutti sono intenti a contrattare le mille mercanzie, a volte veramente povere. Di tanto in tanto arrivano odori di curry..
E se entri in un negozio che vende spezie..non ne esci se non con la lingua in fiamme per tutti gli assaggi e con tante bustine di odori di ogni tipo!
Il centro di Durban e’ certamente piu’ vicino all’idea di Africa di quanto non lo sia il centro di Cape Town: anzi, e’ una colorata miscela di indiano ed africano che a tratti attira a tratti spaventa quasi...
Non mi aspettavo di trovare un caldo afoso simile: anche sulla spiaggia, dove di solito tira quel vento forte oceanico, non si muove una foglia!
E cosi’, via velocemente verso la freschezza delle montagne...(non senza prima avere assaggiato pero’ il famoso curry in un ristorante un po’ fuori dal centro, meta di famigliole indiane-africane, tutte vestite a festa)!
La prima tappa fuori dall’afa cittadina l’abbiamo fatta in una farm che ci e’ stata consigliata da amici venuti a trovarci l’anno scorso.
Non poteva andare meglio visto che, a parte un benvenuto molto caloroso da parte degli otto cani (!!!) di richard e dave, abbiamo trovato un’accoglienza decisamente familiare.
La casa dove vivono e’ stata costruita da loro quasi dalle fondamenta: hanno cercato di usare solo materiali di seconda mano e il risultato e’ originale, i particolari sono scelti con cura ed estro e tutto appare molto vissuto (tipo i pulcini che pigolano nel soggiorno!).
Tutt’intorno, alberi da frutta, recinti per le bestie che allevano, orti, laghetti, papere che scorrazzano in liberta’, insomma una vera fattoria... Ci invitano a cena e tra una foglia di lattuga appena colta e un peperone organic, ci svelano cosa li ha spinti qualche anno fa a scappare dalla citta’ e rintanarsi nel bel mezzo delle vallate del Natal (e come dargli torto!), noi gli raccontiamo un pezzetto della nostra vita e quasi li invidiamo per la serenita’ che gli si legge chiara negli occhi.
Vorremmo restare in loro compagnia ma purtroppo la nostra vacanza e’ proprio breve e le cose che desideriamo vedere innumerevoli, e cosi’ la mattina dopo saltiamo di nuovo in macchina (cani permettendo), direzione Underberg, ultimo baluardo di civilta’ prima di entrare nello sconfinato scenario delle montagne del Drakensberg-Lesotho.
I paesaggi che ammiriamo lungo la strada ci entusiasmano. Nonostante anche noi in Italia ed in Europa siamo fortunatamente abituati ad essere circondati da una natura rigogliosa e bellissima, qui c’e’ qualcosa in piu’: e’ tutto piu’ esteso, piu’ selvaggio, piu’ incontaminato. Le case sono pochissime, ogni tanto si incontra qualche villaggio con quelle costruzioni chiamate hut (pianta circolare, tetto in paglia, mura di fango indurito..) tipiche della gente zulu e le macchine che si incrociano sulla strada sono molto rare. L’occhio si perde, non vedi nessun limite.
Arriviamo in un backpacker animato da turisti tutti versione scalata: da qui infatti partono tanti sentieri per esplorare a piedi le montagne, oltre a numerose spedizioni in 4x4 verso il Lesotho..
Decidiamo di unirci proprio ad una di queste spedizioni ed andare anche noi a mettere il naso lassu, a 3500 metri (il punto piu’ alto a sud del kilimagiaro), guardare dall’altra parte e poter dire: in Lesotho c’ero anch’io!
Bello, bellissimo...pare che questo Stato (l’unico al mondo ad essere interamente circondato da un altro Stato!) sia grande quanto il Belgio e che la parte est da cui siamo entrati sia la piu’ rurale: solo strade non asfaltate, freddo intenso tutto l’anno e impossibilita’ di coltivare, quindi solo allevamento come fonte di sostentamento degli sparuti villaggi che sono insediati qui, mentre il versante opposto pare sia molto piu’ occidentalizzato.
Il freddo si sente eccome, scende a tratti anche una fittissima nebbia che rende tutto molto.. affascinante (sigh!). Ringraziamo le guide: non ci hanno fatto sentire polli, ci hanno reso invece partecipi della passione che hanno per questa terra sconfinata e meravigliosa. Abbiamo avuto la fortuna di entrare a visitare anche uno di questi tipici hut: nessuna inutile suppellettile, tutto decisamente minimal, solo un braciere sul pavimento per riscaldare e cucinare e su quel pavimento mangiano, dormono, giocano coi bimbi..e’ il centro vitale della – seppur piccolissima e senza stanze e senza finestre - casa, dominio incontrastato della donna. Una volta dentro, ti viene spontaneo chiederti come facciano a convivere con il fumo perenne emanato dal braciere..una risposta pare essere che il tetto e’ costruito con foglie e paglia in modo tale da permettere un traspirazione costante (una specie di canna fumaria), ma qualche dubbio mi e’ rimasto..
Riscendendo, una breve sosta al rifugio piu’ alto dell’Africa...sembra di stare in valle d’aosta!!Gente che chiacchiera allegramente intorno al fuoco, bevendo birra e cioccolata calda...nel giro di 10 chilometri noto una leggerissima differenza di abitudini!
E poi giu’ di nuovo all’ostello, a festeggiare degnamente questa strana Pasqua, con una cenetta in un very south african style restaurant (cioe’, mangiamo dopo circa due ore!).
Il giorno dopo decidiamo che e’ ora di andare a testare l’acqua dell’Oceano Indiano: la costa e’ affollatissima – e’ pasquetta anche qui, lo chiamano family day – il sole e’ cocente..sorpresa, anche l’acqua e’ decisamente piu’ mediterranea dell’Atlantico! E cosi’, ripensando alle montagne e alle bellezze di questi giorni, restiamo per un po’ a goderci la freschezza del mare e la chiassosa presenza dei sudafricani vacanzieri, prima che l’ennesimo aereo ci riporti a casa..
giovedì 29 aprile 2010
lunedì 12 aprile 2010
This is not a true desert
..ovvero raccontino un po’ in ritardo della nostra gitarella nel deserto del Kalahari
Questo deserto e’ un po’ diverso: e’ una zona semi-arida, ospita flora e fauna (relativamente) ricche, si possono ammirare alberi, in particolare acacie e migliaia di animali, addirittura fiori: se piove un secondo, il secondo dopo i prati si animano di colori vivaci (i piu’ comuni sono dei delicatissimi fiori gialli, devil’s thorn e rosa, cat’s tail). E di tanto in tanto si vedono spuntare anche dei cocomeri, ma niente cammelli o dromedari..
Insomma la vita qui e’ frenetica, a suo modo..
Cosi’ tanto frenetica, che quasi un po’ siamo delusi..ci aspettavamo dune di sabbia, caldo insopportabile e vita inesistente, di sicuro non cosi’ tanto verde ne’ tanto meno la gran varieta’ di antilopi e uccelli e animali di ogni genere che invece abbiamo trovato ( e ammirato pur sempre estasiati! ).
Siamo partiti all’alba di un caldo giorno estivo: con un piccolo aereo abbiamo lasciato Cape Town e raggiunto Upington, cittadina nel Northern Cape, afoso e umidiccio punto base per le spedizioni nel Kgalagadi Transfontier National Park, dove ci attendeva la nostra guida ( un po’ stile rambo!) e una 4x4 carica di cibo, tende e bevande per tre giorni .. e tanta tanta carne.. Il parco e’ una riserva naturale vastissima e deve il suo nome alla particolarita’ di estendersi tra tre stati: SudAfrica, Botswana e Namibia.
Da Upington ad arrivare al parco la strada e’ lunga e rovente: 250km di nulla che ben ti fanno entrare in atmosfera. Si incontrano pochissime macchine lungo il percorso e tutti ti salutano e strombazzano contenti di vedere qualche altra anima che percorre la stessa strada.
Si avvistano sporadicamente anche delle saline per la raccolta del mitico sale del kalahari: ebbene, esiste il sale anche in un posto cosi’ arido (oltretutto venduto a caro prezzo nei supermercati italiani). Pare che in alcuni particolari punti si trovino infatti delle rocce di solo cloruro di sodio: fino a qualche tempo fa, si aspettava che piovesse, dopo di che si lasciava evaporare l’acqua arricchitasi del sale delle rocce e poi lo si raccoglieva; adesso, con un po’ di tecnologia e qualche pannello solare, pompano l’acqua dal sottosuolo (senza aspettare che piova!), la lasciano evaporare e ottengono infine questo prezioso sale, dal colore un po’ rosato.
Durante il tragitto, la nostra guida parla parla ma noi, mezzi intontiti dalla levataccia, mezzi dall’entusiasmo, facciamo poco caso ai suoi racconti; tutti comunque ci sembrano piuttosto irreali, quasi fastidiosi: ci racconta di uomini capaci di legare insieme le code di due leoni, lui stesso pare che una volta sia stato attaccato da tre scorpioni allo stesso tempo e sia sopravvissuto e cosi’ via..l’ho detto, sembra un po’ rambo..
Arriviamo al campeggio intorno a mezzogiorno: il twee rivieren campsite.
Approfittando del caldo torrido e del fatto che a quest’ora gli animali generalmente fanno una pennichella, facciamo un bagno rinfrescante nella piscina ( animata da coloratissime libellule ), ci rilassiamo sotto le fronde degli alberi, montiamo le tende e organizziamo la cucina per uno spuntino...insomma trascorriamo un po’di tempo prima di un’uscita nel pomeriggio tardo alla scoperta, finalmente, di questo kgalagadi.
Mentre viaggiamo nel parco, i nostri sensi sono principalmente rivolti all’avvistamento di leoni e leopardi..ma perche’ siamo cosi’ tanto attratti dalle fiere quando di fauna ce n’e’ tanta e variegata e incredibile anche tra i piu’ “miti” erbivori? Mistero!
Nell’attesa di vedere i maestosi felini, siamo rapiti da un paesaggio meraviglioso, come gia’ detto fin troppo ricco di vegetazione rispetto a cio’ che immaginavamo ma vastissimo, unico, la presenza di ruminanti di ogni misura lo rende ancor piu’ speciale e la luce del pomeriggio tardo fa il resto ( non parliamo poi di quello splendido rosa del cielo al tramonto ).
Dopo avere viaggiato un bel po’ con la bocca aperta, la fronte incollata al finestrino e la testa gradualmente piu’ libera da pensieri “cittadini”, l’occhio si fa piu’ acuto, cominciamo ad avvistare le aquile, gli uccelli, perfino ad apprezzare i passerotti che sono di colori assurdi, alcuni hanno sfumature metalliche..un’aquila inesperta viene quasi a scontrarsi in volo contro il nostro parabrezza: e’ maestosa, per le ali, il becco, i colori... Riusciamo ad ammirarla solo per pochi istanti ma ci toglie il fiato e – anche se non dovessimo avvistare neppure un topolino di campagna da questo momento in poi – saremmo felicissimi lo stesso.
Procediamo per ore in questa semi-savana senza limiti, ad ogni chilometro che facciamo aumenta la percezione di trovarci in un luogo magico: e’ vero infatti che subito non si riesce a cogliere totalmente quello che ti circonda, ad un certo punto sei quasi stanco della “monotonia” del paesaggio, ci vuole del tempo per avere consapevolezza di dove ti trovi. Poi dopo qualche ora, forse anche un giorno, cambia qualcosa e cominci a renderti conto...sei di fronte alla potenza della natura, se scendi dalla macchina non sopravvivi, sei di fronte alla selezione naturale, qui e’ riassunta tutta la teoria dell’adattamento, della legge del piu’ forte, lo capisci sempre di piu’ ogni metro che percorri, in ogni musetto che spunta dalle tane o in ogni corno che vedi in lontananza e tutti lottano contro qualcosa di estremo, continuamente.
Il pianeta-uomo e’ tutt’altro, ma del resto e’ affascinante anche vedere che a tuo modo riesci ad adattarti ad una condizione tanto diversa quanto questa e alla fine del weekend da inesperto turista vorresti proprio restare..
Fortunatamente qui le notti sono fresche, dandoci un po’ di sollievo e – meraviglia! – il piccolo market del campeggio offre una sostanziosa selezione di vini ( notiamo che quelli non mancano mai, ovunque andiamo!Sara’ una specie di animalesca questione di sopravvivenza per chi vive e lavora in questi luoghi? ), cosi’ ci rilassiamo intorno al fuoco, con la carne sulla brace, un orecchio teso a riconoscere i versi in lontananza e un occhio pronto al possibile incontro con qualche animaluccio notturno ( e incrociamo infatti lo sguardo curioso di numerose manguste e di uno sciacallo in cerca di cibo, tutti pare perfettamente abituati all’invadente e chiassosa presenza umana ).
I leoni li vediamo l’ultimo giorno, proprio quando ormai abbiamo perso tutte le speranze.
E’ sempre una meraviglia trovarsi a due passi da uno dei felini piu’ belli, muscolosi, arroganti, mammoni del pianeta! Li spiamo mentre sbadigliano accaldati sotto le fronde di un albero, nessun erbivoro e’ nei paraggi ( considerata anche la calura.. ) e la nostra attenzione e’ tutta per loro per molto tempo.
Come se ci avessero voluto dare l’addio, visto che di li a pochi chilometri abbiamo lasciato il parco, diretti nuovamente verso Upington, l’afosa e appicicaticcia civilta’..
Questo deserto e’ un po’ diverso: e’ una zona semi-arida, ospita flora e fauna (relativamente) ricche, si possono ammirare alberi, in particolare acacie e migliaia di animali, addirittura fiori: se piove un secondo, il secondo dopo i prati si animano di colori vivaci (i piu’ comuni sono dei delicatissimi fiori gialli, devil’s thorn e rosa, cat’s tail). E di tanto in tanto si vedono spuntare anche dei cocomeri, ma niente cammelli o dromedari..
Insomma la vita qui e’ frenetica, a suo modo..
Cosi’ tanto frenetica, che quasi un po’ siamo delusi..ci aspettavamo dune di sabbia, caldo insopportabile e vita inesistente, di sicuro non cosi’ tanto verde ne’ tanto meno la gran varieta’ di antilopi e uccelli e animali di ogni genere che invece abbiamo trovato ( e ammirato pur sempre estasiati! ).
Siamo partiti all’alba di un caldo giorno estivo: con un piccolo aereo abbiamo lasciato Cape Town e raggiunto Upington, cittadina nel Northern Cape, afoso e umidiccio punto base per le spedizioni nel Kgalagadi Transfontier National Park, dove ci attendeva la nostra guida ( un po’ stile rambo!) e una 4x4 carica di cibo, tende e bevande per tre giorni .. e tanta tanta carne.. Il parco e’ una riserva naturale vastissima e deve il suo nome alla particolarita’ di estendersi tra tre stati: SudAfrica, Botswana e Namibia.
Da Upington ad arrivare al parco la strada e’ lunga e rovente: 250km di nulla che ben ti fanno entrare in atmosfera. Si incontrano pochissime macchine lungo il percorso e tutti ti salutano e strombazzano contenti di vedere qualche altra anima che percorre la stessa strada.
Si avvistano sporadicamente anche delle saline per la raccolta del mitico sale del kalahari: ebbene, esiste il sale anche in un posto cosi’ arido (oltretutto venduto a caro prezzo nei supermercati italiani). Pare che in alcuni particolari punti si trovino infatti delle rocce di solo cloruro di sodio: fino a qualche tempo fa, si aspettava che piovesse, dopo di che si lasciava evaporare l’acqua arricchitasi del sale delle rocce e poi lo si raccoglieva; adesso, con un po’ di tecnologia e qualche pannello solare, pompano l’acqua dal sottosuolo (senza aspettare che piova!), la lasciano evaporare e ottengono infine questo prezioso sale, dal colore un po’ rosato.
Durante il tragitto, la nostra guida parla parla ma noi, mezzi intontiti dalla levataccia, mezzi dall’entusiasmo, facciamo poco caso ai suoi racconti; tutti comunque ci sembrano piuttosto irreali, quasi fastidiosi: ci racconta di uomini capaci di legare insieme le code di due leoni, lui stesso pare che una volta sia stato attaccato da tre scorpioni allo stesso tempo e sia sopravvissuto e cosi’ via..l’ho detto, sembra un po’ rambo..
Arriviamo al campeggio intorno a mezzogiorno: il twee rivieren campsite.
Approfittando del caldo torrido e del fatto che a quest’ora gli animali generalmente fanno una pennichella, facciamo un bagno rinfrescante nella piscina ( animata da coloratissime libellule ), ci rilassiamo sotto le fronde degli alberi, montiamo le tende e organizziamo la cucina per uno spuntino...insomma trascorriamo un po’di tempo prima di un’uscita nel pomeriggio tardo alla scoperta, finalmente, di questo kgalagadi.
Mentre viaggiamo nel parco, i nostri sensi sono principalmente rivolti all’avvistamento di leoni e leopardi..ma perche’ siamo cosi’ tanto attratti dalle fiere quando di fauna ce n’e’ tanta e variegata e incredibile anche tra i piu’ “miti” erbivori? Mistero!
Nell’attesa di vedere i maestosi felini, siamo rapiti da un paesaggio meraviglioso, come gia’ detto fin troppo ricco di vegetazione rispetto a cio’ che immaginavamo ma vastissimo, unico, la presenza di ruminanti di ogni misura lo rende ancor piu’ speciale e la luce del pomeriggio tardo fa il resto ( non parliamo poi di quello splendido rosa del cielo al tramonto ).
Dopo avere viaggiato un bel po’ con la bocca aperta, la fronte incollata al finestrino e la testa gradualmente piu’ libera da pensieri “cittadini”, l’occhio si fa piu’ acuto, cominciamo ad avvistare le aquile, gli uccelli, perfino ad apprezzare i passerotti che sono di colori assurdi, alcuni hanno sfumature metalliche..un’aquila inesperta viene quasi a scontrarsi in volo contro il nostro parabrezza: e’ maestosa, per le ali, il becco, i colori... Riusciamo ad ammirarla solo per pochi istanti ma ci toglie il fiato e – anche se non dovessimo avvistare neppure un topolino di campagna da questo momento in poi – saremmo felicissimi lo stesso.
Procediamo per ore in questa semi-savana senza limiti, ad ogni chilometro che facciamo aumenta la percezione di trovarci in un luogo magico: e’ vero infatti che subito non si riesce a cogliere totalmente quello che ti circonda, ad un certo punto sei quasi stanco della “monotonia” del paesaggio, ci vuole del tempo per avere consapevolezza di dove ti trovi. Poi dopo qualche ora, forse anche un giorno, cambia qualcosa e cominci a renderti conto...sei di fronte alla potenza della natura, se scendi dalla macchina non sopravvivi, sei di fronte alla selezione naturale, qui e’ riassunta tutta la teoria dell’adattamento, della legge del piu’ forte, lo capisci sempre di piu’ ogni metro che percorri, in ogni musetto che spunta dalle tane o in ogni corno che vedi in lontananza e tutti lottano contro qualcosa di estremo, continuamente.
Il pianeta-uomo e’ tutt’altro, ma del resto e’ affascinante anche vedere che a tuo modo riesci ad adattarti ad una condizione tanto diversa quanto questa e alla fine del weekend da inesperto turista vorresti proprio restare..
Fortunatamente qui le notti sono fresche, dandoci un po’ di sollievo e – meraviglia! – il piccolo market del campeggio offre una sostanziosa selezione di vini ( notiamo che quelli non mancano mai, ovunque andiamo!Sara’ una specie di animalesca questione di sopravvivenza per chi vive e lavora in questi luoghi? ), cosi’ ci rilassiamo intorno al fuoco, con la carne sulla brace, un orecchio teso a riconoscere i versi in lontananza e un occhio pronto al possibile incontro con qualche animaluccio notturno ( e incrociamo infatti lo sguardo curioso di numerose manguste e di uno sciacallo in cerca di cibo, tutti pare perfettamente abituati all’invadente e chiassosa presenza umana ).
I leoni li vediamo l’ultimo giorno, proprio quando ormai abbiamo perso tutte le speranze.
E’ sempre una meraviglia trovarsi a due passi da uno dei felini piu’ belli, muscolosi, arroganti, mammoni del pianeta! Li spiamo mentre sbadigliano accaldati sotto le fronde di un albero, nessun erbivoro e’ nei paraggi ( considerata anche la calura.. ) e la nostra attenzione e’ tutta per loro per molto tempo.
Come se ci avessero voluto dare l’addio, visto che di li a pochi chilometri abbiamo lasciato il parco, diretti nuovamente verso Upington, l’afosa e appicicaticcia civilta’..
martedì 23 marzo 2010
Leggendo L'idiota
Quando avro' accumulato denaro, sappiatelo, saro' un uomo supremamente originale.Il denaro e' la cosa piu' vile e piu' odiosa di tutte, in quanto da' perfino l'ingegno. E continuera' a darlo sino alla fine del mondo.
Voi direte che tutto questo e' infantile o, magari, che e' poesia. Ebbene [...] rira bien qui rira le dernier!
Voi direte che tutto questo e' infantile o, magari, che e' poesia. Ebbene [...] rira bien qui rira le dernier!
lunedì 15 marzo 2010
Piu’ gas ai G.A.S. (Gruppi di Acquisto Solidale)!
Pensando al sole caldo del Sudafrica, sono sicura che ci si immagina frutti meravigliosi e succosi che crescono sugli alberi e vegetali saporiti ad arricchire gli orti: questo e’ vero, ma solo in parte..
Eravamo, infatti, anche noi di questo parere prima di arrivare qui: sognavamo scorpacciate di frutta gustosissima in riva al mare e melanzane e zucchine grandi come cocomeri.
Ma dopo settimane alla ricerca di qualcosa stile isola tropicale ( le spiagge le abbiamo altroche’ trovate, quelle si! ), ci siamo dovuti rassegnare a mangiare frutta e verdura di qualita’ generalmente media, anzi i pomodori a volte hanno un colore un po’ spento, direi quasi un rosso-Inghilterra e piu’ di una volta abbiamo fatto facce storte davanti a peperoni venduti a peso d’oro e melanzane ammuffite che giacevano abbandonate da chissa’ quanto nel reparto frutta e verdura.
E nonostante la lontananza geografica e spirituale dal resto del mondo, la globalizzazione ha fatto breccia anche qui ed e’ possibile trovare anonimi broccoli anche in piena estate o arance tutto l’anno: a questo punto non capisco perche’ non importare anche il friariello, ecco!
Ma, friarielli a parte, la differenza sostanziale che abbiamo colto quasi immediatamente e’ che c’e’ molta meno informazione sulla provenienza dei cibi: da noi ormai puoi conoscere anche l’albero genealogico di quella povera mucca da cui viene la carne che acquisti o l’orario della deposizione di un certo uovo, grazie all’etichetta. Forse in Europa si esagera un po’ ma devo dire che non fa male sapere da dove arriva il cibo che mangi (come poi venga trattato resta purtroppo un grande mistero..). Qui invece devi andare un po’ a fiuto e fidarti dei cari vecchi 5 sensi per capire piu’ o meno cosa finira’ sulla tua tavola. Cosi’ con tutto: frutta, verdura, uova, carne..Non c’e’ (almeno non ancora) quel controllo alimentare spietato che esiste da noi e immagino che una ASL italiana si fregherebbe le mani se facesse un giretto al mercato del pesce di Kalk Bay!
Vale d’altronde anche qui la regola che in citta’ e’ tutto di qualita’ piu’ scadente e piu’ costoso quindi un po’ c’e’ da aspettarselo e come accade per molte altre cose, appena messo piede fuori citta’, lo scenario cambia decisamente, a cominciare dai prezzi, piu’ sostenibili, finendo ai frutteti, piu’ colorati (ricordiamo ancora il gusto meraviglioso di alcuni manghi che ci ha fatto assaggiare una simpatica fattrice a solo un centinaio di km dalla citta’), senza contare che conosci da dove viene cio’ che ti finisce nello stomaco, che non e’ poco.
Ma, eureka, siamo riusciti a trovare un angolino di prelibatezze ortofrutticole!E direttamente nel cuore di Cape Town.
Esistono anche qui infatti, come ormai ovunque in Italia ed Europa, i GAS che, ad una modica cifra, ti portano presso un punto di raccolta cittadino, settimana dopo settimana, le verdure coltivate da un contadino vero: quindi ecco che rispuntano i pomodori rosso-Africa, i peperoni acquistati senza dover dare in cambio un rene, rucoletta, zucca e via dicendo..
Certo, bisogna accettare di ricevere per una settimana 5 kg di cipolle e qualche testa di aglio ma questi contadini si impegnano e vanno sostenuti, nei paesi in via di sviluppo – come appunto il Sudafrica - piu’ che in altri luoghi, dal momento che qui esistono delle vere e proprie barriere territoriali che si aggiungono a quelle culturali ed economiche: pensate che fatica deve fare un povero contadino, che potrebbe in principio vendere i prodotti del suo orto ma nella pratica e’ impossibilitato ad affrontare montagne o deserti o il caldo afoso senza l’attrezzatura necessaria (ad esempio celle frigorifere e camioncini resistenti). Si capisce che da ste parti, date le distanze, e’ piuttosto improbabile parlare di colture a km zero!
Ebbene, qui accade che alcuni fortunati contadini (non ancora tutti) sono incentivati a coltivare in modo genuino e a vendere nei vicini mercati o punti vendita i prodotti grazie ai fondi a loro destinati dal Dipartimento dell’Agricoltura e grazie appunto a questi GAS, o gruppi di sostegno.
Ci siamo uniti da poco al GAS di Cape Town, che e’ organizzato da slowfood: ne siamo contenti e il risparmio settimanale che ne deriva comincia ad essere consistente, per la gioia dei nostri intestini e soprattutto di Erik, il nostro fornitore, il quale da poco e’ riuscito finalmente anche a comprare un frigo e puo’ mantenere per qualche tempo la verdura che produce, oltre ad avere la possibilita’ di frequentare dei corsi specializzati nel settore per imparare a fare formaggi, yoghurt etc.
E poi un’altra ricettina. Qui e’ stagione di zucche ahime’...zucche a pranzo e cena non ne possiamo piu’, ma abbiamo scoperto quant’e’ buono il couscous con la zucca!! http://slowfoodcsa.co.za/member-recipe-butternut-stuffed-with-green-pepper-and-couscous/
Eravamo, infatti, anche noi di questo parere prima di arrivare qui: sognavamo scorpacciate di frutta gustosissima in riva al mare e melanzane e zucchine grandi come cocomeri.
Ma dopo settimane alla ricerca di qualcosa stile isola tropicale ( le spiagge le abbiamo altroche’ trovate, quelle si! ), ci siamo dovuti rassegnare a mangiare frutta e verdura di qualita’ generalmente media, anzi i pomodori a volte hanno un colore un po’ spento, direi quasi un rosso-Inghilterra e piu’ di una volta abbiamo fatto facce storte davanti a peperoni venduti a peso d’oro e melanzane ammuffite che giacevano abbandonate da chissa’ quanto nel reparto frutta e verdura.
E nonostante la lontananza geografica e spirituale dal resto del mondo, la globalizzazione ha fatto breccia anche qui ed e’ possibile trovare anonimi broccoli anche in piena estate o arance tutto l’anno: a questo punto non capisco perche’ non importare anche il friariello, ecco!
Ma, friarielli a parte, la differenza sostanziale che abbiamo colto quasi immediatamente e’ che c’e’ molta meno informazione sulla provenienza dei cibi: da noi ormai puoi conoscere anche l’albero genealogico di quella povera mucca da cui viene la carne che acquisti o l’orario della deposizione di un certo uovo, grazie all’etichetta. Forse in Europa si esagera un po’ ma devo dire che non fa male sapere da dove arriva il cibo che mangi (come poi venga trattato resta purtroppo un grande mistero..). Qui invece devi andare un po’ a fiuto e fidarti dei cari vecchi 5 sensi per capire piu’ o meno cosa finira’ sulla tua tavola. Cosi’ con tutto: frutta, verdura, uova, carne..Non c’e’ (almeno non ancora) quel controllo alimentare spietato che esiste da noi e immagino che una ASL italiana si fregherebbe le mani se facesse un giretto al mercato del pesce di Kalk Bay!
Vale d’altronde anche qui la regola che in citta’ e’ tutto di qualita’ piu’ scadente e piu’ costoso quindi un po’ c’e’ da aspettarselo e come accade per molte altre cose, appena messo piede fuori citta’, lo scenario cambia decisamente, a cominciare dai prezzi, piu’ sostenibili, finendo ai frutteti, piu’ colorati (ricordiamo ancora il gusto meraviglioso di alcuni manghi che ci ha fatto assaggiare una simpatica fattrice a solo un centinaio di km dalla citta’), senza contare che conosci da dove viene cio’ che ti finisce nello stomaco, che non e’ poco.
Ma, eureka, siamo riusciti a trovare un angolino di prelibatezze ortofrutticole!E direttamente nel cuore di Cape Town.
Esistono anche qui infatti, come ormai ovunque in Italia ed Europa, i GAS che, ad una modica cifra, ti portano presso un punto di raccolta cittadino, settimana dopo settimana, le verdure coltivate da un contadino vero: quindi ecco che rispuntano i pomodori rosso-Africa, i peperoni acquistati senza dover dare in cambio un rene, rucoletta, zucca e via dicendo..
Certo, bisogna accettare di ricevere per una settimana 5 kg di cipolle e qualche testa di aglio ma questi contadini si impegnano e vanno sostenuti, nei paesi in via di sviluppo – come appunto il Sudafrica - piu’ che in altri luoghi, dal momento che qui esistono delle vere e proprie barriere territoriali che si aggiungono a quelle culturali ed economiche: pensate che fatica deve fare un povero contadino, che potrebbe in principio vendere i prodotti del suo orto ma nella pratica e’ impossibilitato ad affrontare montagne o deserti o il caldo afoso senza l’attrezzatura necessaria (ad esempio celle frigorifere e camioncini resistenti). Si capisce che da ste parti, date le distanze, e’ piuttosto improbabile parlare di colture a km zero!
Ebbene, qui accade che alcuni fortunati contadini (non ancora tutti) sono incentivati a coltivare in modo genuino e a vendere nei vicini mercati o punti vendita i prodotti grazie ai fondi a loro destinati dal Dipartimento dell’Agricoltura e grazie appunto a questi GAS, o gruppi di sostegno.
Ci siamo uniti da poco al GAS di Cape Town, che e’ organizzato da slowfood: ne siamo contenti e il risparmio settimanale che ne deriva comincia ad essere consistente, per la gioia dei nostri intestini e soprattutto di Erik, il nostro fornitore, il quale da poco e’ riuscito finalmente anche a comprare un frigo e puo’ mantenere per qualche tempo la verdura che produce, oltre ad avere la possibilita’ di frequentare dei corsi specializzati nel settore per imparare a fare formaggi, yoghurt etc.
E poi un’altra ricettina. Qui e’ stagione di zucche ahime’...zucche a pranzo e cena non ne possiamo piu’, ma abbiamo scoperto quant’e’ buono il couscous con la zucca!! http://slowfoodcsa.co.za/member-recipe-butternut-stuffed-with-green-pepper-and-couscous/
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